Il Bene Comune: quando il Pollino smette di essere sfondo e diventa anima

C’è un albero sul massiccio del Pollino che ha milleduecento anni. Milleduecento. Ha visto passare i Normanni, i Bizantini, i briganti e i pastori transumanti. Ha resistito alla neve, al vento, alla siccità e all’oblio. Si chiama pino loricato, e cresce aggrappato alla roccia con una testardaggine che somiglia molto a quella di questa terra.

Rocco Papaleo lo conosce bene, quel tipo di testardaggine. Lui, che è nato a Lauria, in Basilicata, e che al Sud ha sempre guardato con gli occhi di chi non se ne è mai andato davvero, anche quando era altrove. E così, per il suo quinto film da regista, torna a girare tra Basilicata e Calabria, torna sul Pollino, torna a quella linea di confine che non è mai stata un muro ma una soglia — tra due regioni, tra due caratteri, tra due modi di stare al mondo che in fondo si somigliano più di quanto vogliano ammettere.

Il Bene Comune è uscito nelle sale il 12 marzo 2026. E noi lo raccontiamo qui, su Tesori Meridionali, perché questo film fa esattamente quello che proviamo a fare ogni giorno: mostra il Sud vero.

La storia: cinque donne, una montagna, un albero secolare

Biagio è una guida escursionistica che accetta l’insolito incarico di accompagnare quattro detenute in una gita-premio nel Parco Nazionale del Pollino. Sono Samanta, bella e spregiudicata; Gudrun, italo-norvegese dalla personalità diretta; Fiammetta, ex promessa della musica indipendente; e Anny, una brillante hacker. Con loro c’è anche Raffaella, un’attrice in crisi, in cerca di una nuova occasione.

Il cammino verso il pino loricato secolare diventa qualcos’altro nel corso del film. Diventa il tipo di cammino che non si dimentica — non per la fatica, ma per quello che si incontra lungo la strada: le crepe nelle persone, la luce che filtra attraverso quelle crepe, le parole che emergono solo quando si è senza fiato e non vale più la pena mentire.

Il viaggio prende forma passo dopo passo, scandito da una musica che nasce dal nulla e diventa voce collettiva — capace di tenere insieme corpi, emozioni e storie diverse. Un film che parla di resilienza senza essere moraleggiante, che parla di confini senza essere didattico.

I luoghi: Calabria e Basilicata come non le vedi nelle cartoline

Eccoci al cuore della faccenda. Eccoci al motivo per cui questo film ci appartiene, ci tocca, ci riguarda.

Le riprese si sono svolte per sei settimane tra la Basilicata e la Calabria. In Calabria, le location principali includono l’area del Pollino con il pino loricato, simbolo secolare del parco; Civita, la zona di Saracena e Campotenese, dove la natura incontaminata e i paesaggi selvaggi si estendono nel Parco Nazionale. Non solo montagna: anche mare, con sequenze girate a Diamante, tra i colori e la luce della costa tirrenica.

Lo scrittore Franco Arminio, che ha visto la pellicola in anteprima, dice che il film è anzitutto un omaggio alla geografia: la montagna non è una cima aguzza, un pezzo firmato — è una montagna corale, comunitaria. Una montagna che non ha bisogno di essere spettacolare per essere bella. Che è bella proprio perché è vera.

E poi c’è il pino loricato. Milleduecento anni di radici conficcate in questa terra. Milleduecento anni a dimostrare che resistere non significa piegarsi, ma scegliere dove mettere le radici e non mollarle più.

Le location del film: un itinerario tutto da vivere

Il bello di un film girato in questi posti è che non finisce quando si spengono i titoli di coda. Puoi andare. Puoi camminare negli stessi sentieri, respirare la stessa aria, vedere con i tuoi occhi quello che la macchina da presa ha solo accennato.

Eccole, le location de Il Bene Comune. Eccole come si presentano a chi decide di partire.

Civita — il borgo che parla

Incastonata come un nido d’aquila sulle rocce che dominano le Gole del Raganello, Civita è una delle più antiche comunità arbëreshë d’Italia. Le sue tradizioni passano per la lingua, il culto, il folklore e l’assetto stesso del borgo. Passeggiare tra i vicoli significa entrare in una storia che non si è mai chiusa. Le Case Kodra — abitazioni con sembianze quasi umane, occhi e bocca scolpiti dalle finestre e dai comignoli — ti guardano mentre passi. Il Ponte del Diavolo, lungo 36 metri, supera con un’unica arcata il torrente Raganello. Sotto, le gole. Sopra, il cielo del Pollino.

Se hai tempo, scendi alle Gole del Raganello. Se sei qui d’estate, scendici comunque.

Borghi

Civita

Borghi

Civita

Saracena — il borgo che profuma di moscato

Il vecchio borgo è abbarbicato sul pendio di una valle naturale, verde e selvaggia, circondata da boschi di faggi e castagni secolari. Le strade si snodano anguste e tortuose sul declivio, si aprono in piccoli larghi o si perdono sotto piccoli archi — un’urbanistica che racconta mille anni di storia senza bisogno di una guida. L’orgoglio del posto è il Moscato di Saracena, Presidio Slow Food: un passito ambrato, con sentori di miele, fichi secchi e frutta esotica. Il tipo di vino che si beve lentamente, guardando le montagne.

Saracena è anche punto di partenza per escursioni verso la Grotta di San Michele Arcangelo, il Monte Caramolo e il laghetto di Tavolara.

Se hai tempo, scendi alle Gole del Raganello. Se sei qui d’estate, scendici comunque.

Campotenese — il valico tra due mondi

L’altopiano di Campotenese non ha un centro storico da visitare. Ha qualcosa di più difficile da descrivere: quella sensazione di trovarsi esattamente in mezzo, tra la Calabria tirrenica e quella ionica, tra la montagna e la pianura, tra quello che sei e quello che potresti diventare. Da qui partono sentieri verso Morano Calabro, con il suo castello normanno-svevo che domina la valle, e verso il Parco della Lavanda — un angolo che ricorda la Provenza e che a giugno inonda la montagna di viola e di profumo.

Borghi

Civita

Borghi

Civita

Diamante — il mare che dipinge

Dopo la montagna, il Tirreno. Diamante è la città dei murales: centinaia di opere sui muri delle case rendono ogni vicolo una galleria a cielo aperto. È anche la capitale calabrese del peperoncino, con il suo festival che ogni settembre invade le strade di colore e di piccante. Il mare qui è pulito, tranquillo, di quella qualità silenziosa che non fa notizia ma che chi lo conosce non dimentica.

Il pino loricato — il silenzio che dura

E poi c’è lui. Il protagonista silenzioso del film, forse il più importante. Milleduecento anni di radici conficcate nella roccia del Pollino — l’albero più longevo d’Europa. Per raggiungerlo si cammina. Ci vuole fiato e un paio di scarpe decenti. Ma quando ci arrivi davanti — contorto, grigio, testardo, bellissimo — capisci perché Papaleo ha voluto girare qui. Capisci perché questa terra non si arrende.

Borghi

Civita

Papaleo e il Sud: una fedeltà che non si spiega, si vive

Arminio sottolinea che Papaleo ha il senso dei luoghi, come lo avevano Rossellini o Antonioni, ma racconta la forza dei margini, dei luoghi appartati.

I margini. Quante volte abbiamo sentito questa parola usata come un’offesa, come una sentenza, come una condanna geografica. Papaleo la ribalta. I margini non sono la periferia della storia — sono il suo centro di gravità. Sono il posto dove le cose ancora accadono per davvero, dove le persone si guardano in faccia, dove la natura non è un’attrazione turistica ma un interlocutore.

Il regista stesso racconta: la forma del racconto ha un forte accento musicale, umoristico, e — dice lui con una certa ambizione — poetico. L’obiettivo è esplorare quelle zone di confine da varcare per ricongiungersi, tra culture diverse, condizioni diverse.

Zone di confine. Il Pollino è esattamente questo: un confine che unisce invece di dividere. Calabria e Basilicata, due regioni che condividono questa montagna come si condivide una coperta nelle notti d’inverno — necessariamente, con gratitudine.

Perché te ne parliamo qui

Tesori Meridionali esiste per raccontare il Sud vero. Non quello delle cartoline, non quello delle polemiche, non quello che qualcuno a Nord immagina quando chiude gli occhi e si convince di sapere com’è.

Il Sud di questo film è lo stesso Sud che raccontiamo noi: aspro, generoso, testardo come un pino loricato su una roccia battuta dal vento. Un Sud che non ha bisogno di chiedere permesso per essere bello.

La critica ha accolto il film con toni generalmente positivi, con qualcuno che lo definisce il lavoro più riuscito di Papaleo — un film che parla di resilienza senza un cinema moraleggiante o ricattatorio.

Resilienza. La parola che definisce questi luoghi meglio di qualunque aggettivo pittoresco. Il Pollino è resilienza. I borghi del Pollino sono resilienza. Le persone che ci vivono, che ci restano, che ci tornano — sono resilienza.

Se non l’hai ancora visto, Il Bene Comune è ancora nelle sale. Vai a vederlo. Poi torna qui, e magari pianifica un viaggio. Perché il Pollino non smette di essere bello quando si spengono i riflettori.

Anzi, è lì che comincia davvero.

Hai già visto Il Bene Comune? Hai riconosciuto i luoghi? Raccontacelo nei commenti — o meglio ancora, raccontaci la tua esperienza su quel pezzo di Appennino che è casa nostra.
  • Founder e Content Creator

    È il fondatore e creatore di tesorimeridionali.com, un progetto dedicato alla scoperta e alla valorizzazione dei luoghi più autentici del Sud Italia. Calabrese e profondamente legato alla sua terra, racconta borghi, tradizioni, paesaggi e tesori nascosti che custodiscono identità, memoria e bellezza. Attraverso parole e contenuti digitali, restituisce l’anima più profonda del Meridione, accompagnando il lettore in un viaggio fatto di emozioni, radici e meraviglia.

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